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Lungo la strada
von Anna Gnesa - 1978

Ieri - I

A quei tempi molti morivano infanti. I registri parrocchiali sono pieni di decessi di bambini. Anche spose giovinette morivano dissanguate sul saccone di foglie, nel faticoso metterli al mondo. Talora la morte nella stanza fredda aspettava, come la volpe aspetta che la pecora abbia figliato per portarsi via l’agnello.

Ma robuste famiglie di dieci, dodici e più figli, con la madre per nulla disfatta dalle ripetute maternità, non erano rare, e formavano la forza dei villaggi se la povertà non le disperdeva nell`emigrazione. La gente incalzata dai lavori andava e veniva continuamente dalle valle al piano, andava e veniva a piedi, quasi sempre sotto la gerla. Così capitavano nascite per la via, tra il fiume e il bosco, o in una frazione lontana, o su per i monti.

Paolina me dice che sua madre ebbe quattordici figli, tutti sani, e morì che ottantenne. Era sull`alpe, era andata, quel giorno, a cercare le capre in un luogo aspro, impervio; e la notte partorì una bambina. La madre sopportava tutti gli strapazzi, non ne parlava mai, non mangiava un boccone diverso da quello dei familiari. Un`altra verzascana intrepida e tranquilla, sentendo le doglie dal monte si avviò verso il paese, ma a un certo punto dovette rifugiarsi in una stalla. Nacque il figlio. Lo avvolse nel grembiale e, tenendo per mano un altro piccino di due anni, arrivò a casa. D`una donna, mi dicono, venuta alla luce poco lontano dal fiume –
e la voce chiara delle acque cullò i primi vagiti.

Nati virgilianamente presso la terra, quei figli sono rimasti fedeli alla terra.

Ieri - II

Gli anziani ricordavano ancora ‘el rok’ che si usava portare in processione, nelle sagre patronali. Era una piccola vetta di larice coi suoi rametti, simile a quella che serviva a rimestare il latte cagliato quando si faceva il formaggio. Ai rametti scortecciati puliti, si appendevano i doni fatti alla chiesa: matasse di canapa, di lana, qualche bel fazzolettone da testa, e i doni rurali dondolavano fra i nastri di seta.

Ogni frazione del villaggio sceglieva un padrino e una madrina al ‘rok’, e l`ambizione di ogni frazione era di offrire quello più carico e più bello. Andava la processione cantando, sotto i castagni, le donne tutte con la continenza candida sul costume del ‘bügh’, gli uomini con l`abito bianco dei confratelli, le bambine con la vesticciola bianca da angioletto, i ragazzi col camice bianco e il collare azzurro dei luigini; e, davanti a tutti, i ‘rok’ trionfali coi nastri al vento. Poi i doni venivano messi all`incanto – la sagra era finita.

Del ‘rok’, che con un po`di canapa e di lana sapeva suscitare orgoglio e gioja tra la gente semplice e immaginosa, non c’ è quasi più memoria.

Ieri - III

Verso l`estremità del prato più grande c’è una cappelletta. Nulla spiegherebbe il suo isolamento se non la traccia di una mulattiera che anticamente passava di lì. Come in Prato Maggiore e altrove, le cappelle segnano la via ch`era percorsa un tempo e che l`erba da un pezzo ha cancellato. Com’è facile dimenticare una strada e chi vi è passato: dove passava la strada? Come si chiamavano gli antenati che andavano all’alpe per questa via?

Sotto lo sguardo del Padreterno che ha una faccia di arzillo patriarca nel triangolo teologico, fra quattro teste di angioletti circondate di ali verdi come boccioli tra le foglie, sta la Madonna incoronata. In trono, con la fronte alta e le gote rosse, regge il Bambino che porta collana e braccialetto, e la collana è un rosario. Davanti, san Giovanni evangelista col calice in mano, e santa Margherita, dal viso di serva giovinetta, con una palma e un vaso. Toccato appena sul collo dal piedino della santa, un drago rizza violentemente le spire. Chi sa con che pensieri i viandanti avranno guardato la tranquilla debellatrice del serpone e pregato che li proteggesse contro le vipere lassù al monte e all`alpe. Sta scritto ai piedi della Madonna: ’Voi che pasate di qua salutate Maria – et tutte le vi anderanno bene’ – che è il fondo di tante divozioni. Salutavano Maria e tiravano avanti, sotto la gerla, parando le bestie.

Ieri - IV

Non c`era parroco in paese, e la domenica la gente andava a messa nel villaggio vicino. La Lisandra, quando vedeva arrivare i ragazzi d`una nota famiglia li invitava cordialmente: ‘ Venite dentro a bere il mio caffè. Vi voglio bene, il vostro nonno mi ha tanto aiutata ’.

Il caffè era un povero caffè alla buona, ma i ragazzi ne erano golosi. E ascoltavano la vecchietta: ‘Il vostro nonno ci portava la farina di nascosto, metteva il sacchetto nella mangiatoia delle capre per non farsi scorgere, che non dovessimo poi aver soggezione. Ma una volta tenni d`occhio chi poteva essere lo sconosciuto benefattore: era lui, lo vidi bene’.

Rimasta vedova con cinque figli, Lisandra aveva saputo in gioventù cos’è la miseria. E se da una parte c`era, con la generosità, il cavalleresco riguardo di non mortificare la vedova, dall`altra c’era la schietta gratitudine. Lisandra, per ricambiare in qualche modo il dono, non avendo altro offrì al brav’uomo una pelle di pecora; e la pelle di pecora servì per un pezzo da tappeto ai nipotini, che ignoravano il recinto-giochi di oggi.

Ieri - V

Per uno staio di melgone dovevano mettersi in via, camminare fino a Gordola a prenderlo, il più delle volte umilmente a credito; il che faceva, a dir poco, una giornata di lavoro perduta. E la polenta era scarsa assai.

Andavano gelosamente a fare il ‘fieno di bosco’ sulle ultime alture e dormivano sulle cenge, sotto le sporgenze di roccia. Il bestiame lo dovevano far pascolare dappertutto dove c’era un po`d’erba, non di rado qualche bovina precipitava in un burrone. Greggi, armenti e pastori facevano chilometri e chilometri di faticosa transumanza, anche sotto la pioggia, anche con la via ghiacciata. Del resto per il doppio domicilio, i verzaschesi erano sempre in cammino.

Eppure non si sentivano né maledizioni né lamentele. La gente accettava virilmente la legge naturale del lavoro in condizioni che esigevano l`impegno totale. Era un` accettazione coraggiosa, vorrei quasi dire ilare, della dura vita. Giovani e vecchi si sentivano sempre cantare, al lavoro, per via, all`osteria. Fiorivano di espressioni facete il dialetto. Poveri, ma allegri – il loro saluto era ‘alegher!’ – e la valle son loro che l’hanno tenuta in efficienza, dagli alpi remoti fino ai vigneti della costiera.